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I cinque produttori che stanno costruendo il suono del pop italiano (e che quasi nessuno conosce)

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I cinque produttori che stanno costruendo il suono del pop italiano (e che quasi nessuno conosce)

Photo: Cristian Sarbu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Fate un esperimento: prendete i dieci brani italiani più ascoltati degli ultimi dodici mesi e guardate i crediti di produzione. Non i crediti completi, che spesso sono lunghissimi e pieni di nomi in piccolo. Guardate solo chi ha firmato la produzione o la composizione. Scoprirete che i dieci brani li hanno scritti, in realtà, sette o otto persone. A volte meno.

È il paradosso più evidente del pop italiano contemporaneo: viviamo nell'era dell'artista-solista, dell'identità fortissima, del volto riconoscibile. Ma il suono, quello che rende un pezzo riconoscibile in tre secondi su TikTok, quasi sempre lo costruiscono altri.

Il ruolo è cambiato, il nome no

Nella tradizione della musica leggera italiana, il produttore era una figura quasi amministrativa: sceglieva lo studio, pagava i musicisti, gestiva i tempi. Oggi è un co-autore a tutti gli effetti, e spesso l'autore vero. Il beat, la struttura, le scelte di arrangiamento, il carattere sonoro: tutto nasce nel suo studio, magari prima ancora che esista un testo.

Il cantante arriva dopo, e canta. Certo, canta bene, e questo non è poco. Ma la domanda che nessuno si pone mai con serietà è un'altra: se cambiassi il produttore, cambierebbe l'artista?

Chi sono, allora

Chiarito che qualsiasi classifica di questo tipo è parziale per definizione, ecco i cinque profili che oggi, a nostro avviso, pesano di più sul suono del pop italiano.

1. Il polistrumentista da studio. È quello che ha iniziato come session man e si è ritagliato un ruolo da regista sonoro. Lavora con artisti che hanno una forte immagine ma non necessariamente una forte identità musicale, e riesce a dare coerenza a dischi che altrimenti sembrerebbero raccolte di singoli. Se un album vi è sembrato 'un mondo a parte', probabilmente c'è lui dietro.

2. Il produttore-vocalist. Ex corista o cantante a sua volta, è quello che sa esattamente come far cantare una voce. Costruisce le melodie attorno al timbro dell'artista, non il contrario. È la ragione per cui certi interpreti sembrano infinitamente più bravi in studio che dal vivo.

3. Il duo beatmaker. Due ragazzi, spesso cresciuti nel rap o nell'elettronica, che firmano in coppia i ritornelli più orecchiabili dell'estate. Il loro trucco non è un trucco: è una comprensione istintiva di come funziona l'orecchio di chi ascolta in streaming, dove una canzone ha tre secondi per convincerti.

4. L'eredità degli studi storici. Figli o allievi della tradizione degli studi di registrazione italiani, portano avanti un metodo di lavoro vecchio scuola: suonatori dal vivo, arrangiamenti scritti, incisioni lunghe. Sono quelli che quando un pezzo ha un ponte che ti fa la pelle d'oca, il ponte l'ha scritto lui.

5. Il produttore-ghostwriter. Il più invisibile di tutti. Firma canzoni per artisti con cui non ha mai fatto un disco ufficiale, vendendo i brani come 'carte' pronte. È la figura più discussa e la meno documentata, perché il suo lavoro consiste proprio nel non lasciare tracce. Eppure, chiedete a chi lavora nel settore: probabilmente mezza top ten è passata dalla sua scrivania.

Di chi è una canzone?

La legge sul diritto d'autore ha una risposta precisa: la canzone appartiene a chi la compone e a chi la scrive. Il pubblico ha un'altra risposta, più semplice: appartiene a chi la canta. E poi c'è la risposta vera, quella scomoda: appartiene a un gruppo di persone di cui una sola ha il volto noto.

Non è necessariamente un problema. Il cinema funziona così da sempre: il regista firma, ma il film è di centinaia di persone. Il problema nasce quando il sistema di crediti, i premi, le interviste e i social costruiscono un racconto in cui l'artista appare come l'autore unico di un lavoro che è, nella sostanza, collettivo.

E c'è un rischio concreto: quando l'artista cambia produttore, o il produttore cambia artista, il pubblico si accorge che qualcosa si è rotto, ma non capisce cosa. Perché non gli è mai stato spiegato da dove veniva la magia.

Verso una trasparenza (auspicata)

Qualcosa si sta muovendo. Alcuni artisti hanno iniziato a nominare esplicitamente i loro produttori nelle interviste, a portarli sul palco, a farli firmare i dischi accanto a loro. È un gesto piccolo, ma cambia il rapporto tra pubblico e musica: smetti di credere che il cantante sia un genio solitario e inizi a capire che un buon disco è un dialogo.

E in fondo, è lì che sta il vero valore: non nel nascondere la macchina, ma nel raccontarla. Perché una canzone costruita in quattro persone, se lo sai, non è meno bella. È semplicemente più interessante.

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