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Venticinque persone, una voce: dentro la nuova ondata dei cori che canta pop (e non se ne pente)

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Venticinque persone, una voce: dentro la nuova ondata dei cori che canta pop (e non se ne pente)

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C'è un momento, in quasi ogni prova di coro, in cui succede una strana magia: trenta persone che si conoscono a malapena smettono di essere trenta voci disordinate e diventano una cosa sola. Non serve essere credenti, né musicisti di professione. Serve solo qualcuno che alzi la mano e dica «da capo». E in Italia, negli ultimi anni, quel «da capo» lo sentono sempre più persone.

Addio al repertorio di una volta

Il luogo comune vuole che il coro amatoriale italiano sia fatto di signore in blusa bianca che cantano il Nabucco o, al massimo, qualche canzone alpina. Il luogo comune, come spesso accade, è rimasto indietro di un decennio.

Basta guardare i programmi dei festival corali che proliferano dalla Padania alla Sicilia: tra un madrigale e un brano liturgico spuntano arrangiamenti di Polvere di Gazzelle, Coraline dei Måneskin, qualche incursione in Pino Daniele e persino adattamenti di indie rock nordico. «Quando ho proposto un pezzo di Calcutta ai miei coristi, metà di loro non sapeva chi fosse. Dopo due prove, lo cantavano a memoria anche in auto», ci racconto Martina, trentaquattrenne, direttrice di un coro pop nato a Bologna tre anni fa e arrivato ormai a cinquanta iscritti, con lista d'attesa.

La ricetta è semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: repertorio che i ragazzi riconoscono, arrangiamenti scritti su misura, zero aura di sacrestia. E soprattutto, la parola d'ordine che si sente ripetere in tutti i locali di prova: «Qui non si recita, si canta».

Chi sono i nuovi coristi

Il profilo è cambiato radicalmente. Se prima il corista tipo era un pensionato o un appassionato di lirica, oggi i registri si sono spostati verso i vent'anni e i trent'anni: studenti universitari, grafici, infermieri, gente che di giorno lavora e di sera si ritrova in una sala parrocchiale o in un circolo ARCI per sfogare la voce.

«Molti hanno alle spalle un'esperienza musicale interrotta: il pianoforte abbandonato a dieci anni, il coro della scuola finito con le superiori», spiega un direttore di un coro toscano che preferisce restare nell'anonimato. «Il coro è il modo più economico e meno espositivo per riprenderla. Non devi suonare da solo davanti a nessuno, non serve comprare uno strumento. Arrivi, ti metti in fila col tuo registro e via».

C'è anche un fattore che nessuno ama ammettere ad alta voce ma che tutti citano a bassa: il post-pandemico. Dopo due anni di mascherine e distanze, il bisogno di stare insieme facendo qualcosa di collettivo e non commerciale è esploso. Il coro è la forma più pura di questo desiderio: zero biglietti, zero sponsor, solo voci impilate l'una sull'altra.

I festival: dalle sagre alle rassegne vere e proprie

Parallelamente alla crescita dei gruppi, sono nate e cresciute le occasioni di incontro. Rassegne come quelle che si tengono in Emilia-Romagna e in Veneto hanno smesso di essere raduni riservati agli addetti ai lavori e sono diventate piccoli festival veri e propri, con palchi allestiti in piazze, officine riqualificate e perfino stazioni ferroviarie dismesse.

Il format è quasi sempre lo stesso, e funziona: ogni coro porta un pezzo «libero» oltre a uno di scambio, tutti imparano lo stesso brano e alla fine salgono sul palco insieme, anche centocinquanta persone che non si sono mai viste. «Il primo accordo di quello spartito condiviso ti mette i brividi. Non c'è registrazione in studio che se la sogni», racconta Elena, ventisei anni, corista in un gruppo romano, con un entusiasmo da dopo-concerto.

E il pubblico? Non è più solo la famiglia dei coristi. Alle rassegne più attive si vedono gente arrivata apposta, con la birra in mano, attratta dal fatto che — a differenza di tanti eventi musicali — l'ingresso spesso è gratuito e l'atmosfera è da festa di paese senza il kitsch della festa di paese.

Un suono italiano, finalmente

Il passaggio più interessante è linguistico. Per anni i cori amatoriali italiani hanno suonato inglese: arrangiamenti di gospel, di spiritual, di pop anglosassone. Oggi si canta italiano, e non solo i classici del canzoniere. Arrangiatori giovani, spesso ex studenti di conservatorio che non trovano posto nelle orchestre, si mettono in gioco scrivendo versioni a più voci di brani nati per una voce sola e una chitarra.

È un lavoro da orafi: trovare le armonie nascoste dentro una canzone indie minimale, distribuirle tra voci femminili e maschili, decidere dove tenere il silenzio. «Il rischio è fare karaoke corale», ci dice un arrangiatore. «La sfida è che il pezzo, a otto voci, dica qualcosa che l'originale non diceva».

Dove va questa ondata

Difficile prevedere se la moda reggerà. I cori restano fragili: dipendono da un direttore carismatico, da una sala disponibile, da un pizzico di folgorazione collettiva. Ma i segnali sono buoni. Le medie che riattivano i propri laboratori di canto aumentano, i conservatori aprono corsi di direzione corale pop, e qualcuno ha già iniziato a parlare di un «movimento».

Sarà anche solo un'ondata. Ma nel frattempo, la domenica sera, in decine di sale di provincia italiane, trenta persone smettono di essere trenta e diventano una voce. E a chi scrive, che ci è passato, sembra il più bel suono che la musica italiana abbia prodotto di recente.

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