La rima si scrive di giorno: vita, ritagli e ritornelli di chi scrive le canzoni degli altri
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C'è un dettaglio che colpisce appena entri in uno studio di scrittura: la normalità. Niente luci psichedeliche, niente console gigantesche. Un tavolo, un computer, un quaderno con lo spirale consumato, magari una chitarra appoggiata al muro come un ombrello. Il luogo dove nascono i ritornelli che poi cantiamo in auto, al mare, ai matrimoni, è sorprendentemente simile a un ufficio qualsiasi.
E in fondo, lo è: il paroliere è un professionista. Un mestiere antico, in Italia più che altrove, che Sanremo tiene in vita da decenni mentre il resto del mondo discografico sembra essersene dimenticato.
Il foglio bianco non perdona
«La gente pensa che il testo arrivi da un'ispirazione», ci racconto autori che da anni firmano (o non firmano) brani per artisti di primo piano della scena pop italiana. «In realtà il 90% del lavoro è artigianato. Ti siedi, sai quanti versi hai a disposizione, sai dove deve entrare il ritornello, e da lì cominci a scavare».
La struttura di una canzone italiana è una gabbia con misure precise: quattro righe di strofa, un pre-chorus che deve tirare, un ritornello che deve restare in testa dopo un ascolto. E c'è il problema secolare della nostra lingua: le vocali finali. L'italiano ha parole povere di sillabe tronche utili, le rime tronche sono poche e tutte usate, e chi scrive deve continuamente girare la frase per farla entrare nella musica senza che si senta lo sforzo.
«Una buona rima è una rima che non si sente», dice uno degli autori con cui parliamo. «Quando l'ascoltatore pensa 'beh, ovvio', hai vinto. Quando pensa 'ha cercato la parola', hai perso».
Ritornelli che si ricordano al primo colpo
Il segreto di un ritornello funzionante, spiegano, sta quasi sempre in un'immagine concreta. Non «ti amo» ma il dettaglio che la dice: la targa dell'auto, il nome della strada, la sigaretta spenta a metà. Il pop italiano degli ultimi anni — da Coez a Carlotta, dai Månesgun ai nomi nuovi che ogni anno sbaragliano le classifiche — ha spostato l'ago verso la narrazione, e gli scrittori lo hanno registrato.
«Prima si scriveva per la voce, adesso si scrive per la scena», riassume uno di loro. «L'artista ha un personaggio, noi dobbiamo scrivere le battute di quel personaggio. È come fare teatro in miniatura».
E poi c'è il test del primo ascolto, la prova che non si può simulare: far sentire il brano a qualcuno che non sa nulla e aspettare. Se dopo due passaggi canta a memoria qualcosa, il ritornello è fatto. Se dopo dieci non ricorda nemmeno il titolo, si torna al quaderno.
Gli scriventi ombra
Il lato scomodo della faccenda è la firma. Quante volte il nome sul libretto corrisponde a chi ha davvero scritto? Nella tradizione italiana esiste una galassia di autori che lavorano su commissione, che scrivono per artisti che poi mettono la faccia — e la voce — sul pezzo. Alcuni firmano in due, in tre, in sei. Altri preferiscono restare nel buio, prendendo la busta paga e rinunciando al riflesso della fama.
«Chi scrive per altri deve avere un ego molto calibrato», ci dicono. «Il tuo verso migliore finisce nella voce di un altro, e al concerto non sarai tu ad ascoltarlo dal pubblico. Devi stare bene con questa idea, altrimenti si va in crisi».
C'è però una porta aperta, ed è quella del doppio binario: sempre più scrittori lavorano di giorno per i successi altrui e di notte per i propri progetti indie, dove magari usano solo il nome di battesimo o uno pseudonimo. Sanremo, con la sua sezione Nuove Proposte, è diventata anche questo: il posto dove l'ombra esce allo scoperto.
Il quaderno che non si butta mai
Chiediamo a tutti quanti una cosa: vedere il materiale di scarto. E qui arrivano i quaderni, le note del telefono, i file chiamati «bozza_def2_FINALE». Migliaia di versi morti, ritornelli bellissimi senza canzone, strofe scritte per dischi mai usciti.
«Il cestino di un paroliere è un archivio», ride uno. «Ogni tanto ci torno, e a volte un verso scritto otto anni fa trova la casa giusta. Le canzoni hanno i loro tempi, non i nostri».
Forse è questa l'immagine da portare a casa: dietro ogni brano che cantiamo senza pensarci c'è qualcuno che ci ha pensato troppo. Ore su una singola parola, mattinate intere per una rima che doveva sembrare facile. La prossima volta che un ritornello italiano vi si incolla alla testa per giorni, ricordate che da qualche parte, in una stanza normale, qualcuno sta ancora cancellando e riscrivendo la stessa riga. Finché non suona come se fosse sempre esistita.